Storia di una chitarra: alluminio mon amour

Recentemente ho pubblicato un articolo sui Pussy Stomp, un duo che, a breve, pubblicherà il suo primo ep: Superslut. La chiacchierata è stata un po’ più lunga della trascrizione che ho fatto, in particolare sono stata colpita da un racconto di Roberta, molto avvincente, riguardante la nascita del suo amore per le chitarre in alluminio, fatto di email ultra-continentali, lunghe ricerche sul web e chiacchierate con gli Uzeda. Le ho chiesto di scrivere un guest post, lei ha accettato e in questo articolo racconta in 2 piccoli capitoli come è nata la sua passione per le chitarre in alluminio e di come sia stata la prima ragazza in Europa ad acquistare una EGC.   Ecco qui la sua avventura, fatta di amore per la musica e, è proprio il caso di dirlo, per l’alluminio! 

Intro
Suono di padelle
“Una chitarra in alluminio?? See, vabbè un basso di ghisa e una batteria di porcellana, ma mi faccia il piacere!” Se mi avessero detto che un giorno avrei avuto una chitarra in alluminio tutta mia, non ci avrei mai creduto e invece..
Tutto iniziò quando ascoltai un album degli Shellac. Rimasi davvero colpita dal particolare suono della chitarra, molto acido e tagliente, ma allo stesso tempo molto pieno. Se devo essere completamente onesta, la mia espressione fu: “suono di padelle”, senza neanche aver capito che qualcosa in comune con le padelle in fondo c’era; si, l’allumino. Il dubbio principale che avevo era quello di capire se ci fosse qualche magia nella produzione e registrazione del sound degli Shellac (dal momento che la reputazione di Steve Albini come produttore è tra le più rinomate) o se fosse naturale per quella  chitarra avere un carattere così speciale. Andai così a vedere gli Shellac dal vivo a Bologna e i miei dubbi svanirono abbastanza presto: quella era una chitarra che sembrava una scatola di caramelle di latta a sei corde, celeste; era bellissima e bellissimi erano i suoni che sentivo.  Un indizio in più sulla via da seguire.

Cap. 1
La scoperta
Un viaggio studio a Barcellona mi diede occasione di conoscere un musicista di strada italo americano e di suonare una bellissima dobro resofonica con corpo in lamiera e risuonatori in alluminio; fu forse solo un veloce rendez vous col blues, le accordature aperte e lo slide..  ma diede quel colpo in più sul  chiodo fisso che avevo in testa:  “alluminio, alluminio, voglio solo alluminio!” Cominciai la ricerca del mio personale sacro Graal; al tempo, come oggi del resto, non rientravo proprio nella categoria “abili cibernauti”, avevo pochi indizi, uno su tutti fu la paletta della chitarra di Steve Albini a forma di “V”, mai vista prima, giusto per non farci mancare nulla. Dalla ricerca per immagini scoprii che questa strana paletta era parte integrante del metal neck delle chitarre TravisBean, ideato nel 1974 per ottenere una maggiore stabilità rispetto al manico di legno -più soggetto al contrarsi ed espandersi a causa della temperatura-. Nulla togliendo a Mr. Bean, Travis Bean, bisogna precisare che l’idea originale del neck in alluminio, appartiene a un liutaio italiano, Wandrè Pioli ed è datata 1950.

Cap. 2 
Eureka!

Un’occhiata veloce al sito delle chitarre TB mi fece capire alcune cose:
  1. Il mio inglese maccheronico non era la lingua appropriata per conversare con i più esperti fanatici d’oltreoceano;
  2. L’euro era più forte del dollaro, ma i dollari che mi servivano erano più degli euro che avevo in tasca.   
Continuai comunque a cercare altre chitarre in alluminio. La storia di questi innovativi strumenti diventava sempre più interessante. A un certo punto scoprii l’esistenza delle Veleno (nome fighissimo per una chitarra), create dall’omonimo John Veleno, un italo americano che lavorava nel settore aereo-spaziale negli anni 60, al quale venne la bella idea di far incontrare la passione per la chitarra col metallo che abitualmente maneggiava: è stato un po’ come se il fabbro dei tempi andati, tra un ferro di cavallo e l’altro, se ne fosse uscito col perfetto diapason. Le veleno hanno un estetica veramente “personale” (un po’ bruttarella per quanto mi riguarda, de gustibus) e hanno avuto anche un discreto successo. In realtà non ero così interessata ad acquistare una chitarra vintage, anche se ero sempre più sicura che avrei investito i miei risparmi (quei pochi di una giovane spiantata) in una chitarra in alluminio. E fu web e ancora web, siti e ancora siti e alla fine Eureka!
Scopii la EGC  electrical guitar company, una piccola azienda americana con sede a Pensacola, Florida, nata nel 2003 che crea chitarre in alluminio semi customizzate. Il suo fondatore, Kevin Burkett, era ovviamente un musicista ed estimatore delle preziosissime Travis Bean, ed è proprio dal metal neck TB che iniziò a modellare la serie EGC; Dopo aver messo mano al portafoglio, comprò abbastanza alluminio per dare vita alle prime chitarre. La prima cosa che feci a quel punto fu contattare Kevin, con il quale scambiai qualche mail prima di acquistare la mia EGC.  A quel punto il gioco si fece abbastanza duro, infatti, tutti i dettagli della EGC possono essere decisi  dall’ acquirente: avvolgimenti , pick up, materiali, misure del manico.  L’unica cosa che pensavo era: “Maledetto inglese scolastico, come cazz mi spiego adesso?”
Convenimmo che l’intercessione del suo dealer in Italia avrebbe reso tutto più semplice. Presi il numero, chiamai, senza pensarci su troppo. Mi rispose un accento chiaramente siculo, iniziammo a chiacchierare di EGC, di cosa avrei voluto, delle tempistiche, della spedizione, ed ecco che scoprii che il mio interlocutore era giunto in terra sarda a suonare col suo gruppo, gli Uzeda. Pensai: “No, dai, sono al telefono con Agostino Tilotta!” Solo io potevo essere cosi svampita da non avere preso informazioni sul rivenditore EGC in Italia. Dopo la piacevole sorpresa, iniziai a congegnare con Agostino e Giovanna Cacciola (voce degli Uzeda), i dettagli della mia EGC compreso il colore, un rosso bellissimo.Scoprii anche di essere la prima ragazza in Europa ad acquistare una EGC (e ci credo.. 4 kg abbondanti di chitarrone, la gobba nella schiena ringrazia!)

Epilogo
WOW!

Roberta con la EGC nel video Superslut
Poco tempo dopo arrivò a casa la mia bella EGC, con tanto di lettera di sentiti auguri per la nuova chitarra firmata Agostino e Giovanna (persone stupende). Continuavo a pensare: “Wow, bellissima e che suono!”
I legni delle chitarre tendono ad assorbire alcune frequenze che non vengono perciò captate dai pick up,  l’alluminio invece non assorbe frequenze, ci restituisce una netta  definizione timbrica, oltre alla possibilità di avere un suono molto versatile, inoltre a distanza di tanti anni, sicuramente non ho ancora scoperto tutte le potenzialità sonore di questa chitarra. Consiglio vivamente a tutti coloro che sono incuriositi dalla lettura di questo articolo di dare un occhiata al sito delle EGC: resterete affascinati da queste chitarre. Termino solo col dire che il rapporto qualità prezzo è più che vantaggioso, particolare che, in periodi di tasche vuote tra i giovani e non più giovani, non è un “affare” da poco, è proprio il caso di dirlo. Ringrazio Martina per avermi dato l’input per raccontare questa avventura.


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